Oggetto | Andria, Museo diocesano, tavole del Cristo benedicente e della Vergine | |
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Luogo di conservazione | Andria | |
Collocazione originaria | Andria | |
Materiale | tempera su tavola | |
Dimensioni | ||
Cronologia | ultimo quarto del XV secolo | |
Autore | Maestro di Andria | |
Descrizione | Fino al 1965 le tavole con il Cristo redentore e con la Vergine hanno funto da ante del prezioso armadio ligneo contenente le reliquie di san Riccardo, custodito all’interno della cappella dedicata al santo nella Cattedrale di Andria. Attualmente esse sono conservate nel Museo diocesano della città. Dopo una prima attribuzione a Tuccio d’Andria avanzata nel 1954 da Michele D’Elia, lo stesso studioso ha espunto le due opere dal catalogo del pittore pugliese, dirottandole verso un ignoto “Maestro di Andria”, dai modi stilistici più raffinati di Tuccio. Il ripensamento del D'Elia avvenne quando, nel 1969, a restauro ultimato, le tavole esibirono l'altissima qualità d'esecuzione, restituendosi anche nella loro integrità iconografica grazie al disvelamento, in alto, delle testine di serafini, e, in basso, delle interessantissime vedute della città e della campagna andriesi, che in epoca imprecisata erano state nascoste da una doratura che aveva risparmiato le sole figure centrali del Cristo e della Vergine. Un punto fermo nell'analisi dello stile del “Maestro di Andria” condotta dal D'Elia è costituito dalle chiare affinità che le ante andriesi presentano con il polittico che un ancora anonimo pittore ha eseguito, intorno agli anni settanta del Quattrocento, per la chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio a Napoli. Alla luce di queste considerazioni, per il D’Elia la figura di Tuccio si porrebbe come quella di un collaboratore del più dotato “Maestro di Andria”, cui spetterebbe anche un trittico con la Visitazione tra i santi Bernardino e Francesco conservato nella chiesa di San Bernardino a Molfetta. A Tuccio, la cui unica opera certa è lo Sposalizio mistico di Santa Caterina con santi, firmata e datata 1487, e destinata alla Cappella di San Bonaventura nella chiesa di San Giacomo a Savona, sia il D’Elia che Clara Gelao (2005) hanno confermato invece la responsabilità del trittico, oggi nella Pinacoteca provinciale di Bari, ma proveniente dalla chiesa francescana di Santa Maria Vetere ad Andria.
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Committente | ||
Famiglie e persone | Angelo Florio | |
Iscrizioni | ||
Stemmi o emblemi araldici | ||
Note | Nel 1965, quando furono trasferite a Firenze al fine di essere restaurate, le due tavole erano sovrapposte l’una sull’altra e fungevano da sportelli di un armadio-reliquiario custodito nel Cappellone di San Riccardo. In tale allestimento, attestato dall’allora soprintendente della Puglia Michele D’Elia, il solo Cristo era visibile, mentre la Vergine era totalmente nascosta. La sovrapposizione dei due dipinti dovette comunque decidersi dopo la metà dell’Ottocento, se Giacinto Borsella nella sua Andria sacra, databile agli anni 1845-56, poté ancora descrivere le due opere come “opposte valve” di un armadio a tre ante (Borsella, 1845-56, 96). Sempre da Borsella sappiamo che l’armadio-reliquiario fu distrutto durante il saccheggio perpetrato dai francesi ai danni della città nel 1799 (“questo armadio preziosissimo soggiacque egualmente al saccheggio del 99”). In questo passo comunque il Borsella non è chiaro, poiché non specifica se quello che sta descrivendo è un nuovo armadio, fatto realizzare e collocato in cappella dopo i drammatici avvenimenti del 1799, oppure quello antico. D'Urso, che scrive nel 1842, e dunque in anni prossimi a quelli di Borsella, ricorda che il saccheggio aveva portato al trafugamento della statua d'argento del Santo, dell'urna contenente la Sacra Spina, nonché delle reliquie dello stesso Riccardo (testa, cuore e pelle), ma non fa alcun riferimento alla distruzione dell'armadio (D’Urso, 1842, 171). La notizia che i dipinti fungessero da sportelli dell’armadio-reliquiario è invece piuttosto antica, e si ricava dalla visita ad limina redatta il 10 maggio 1595 dal vescovo Luca Antonio Resta, il quale, in merito alle reliquie presenti in Cattedrale, così scriveva: “[...] reliquie sanctorum, quæ usque ad mille et trecenta ascendunt, decenter et recte servantur tam in icona altaris cum specillis vitreis quam intus sacristiam in thecis argenteis vel ligneis deauratis […]”. Inoltre, da quanto riportato dal prelato, si desume un ulteriore, interessantissimo dettaglio: le tavole non si limitavano a chiudere l’armadio-reliquiario, ma erano esse stesse contenitori di decine e decine di reliquie, che si conservavano appunto in icona altaris. In epoca imprecisata, infatti, sul retro di entrambe le tavole è stata aggiunta una struttura lignea costituita da tanti piccoli contenitori “chiusi da cerchi d’argento che fermano sottili lamine di tartaruga usate come vetri”, secondo le parole del D’Elia che nel 1969b ha potuto così descriverne l’aspetto nel contributo pubblicato a restauro ultimato. Ancora oggi tali incavi ricavati nella parte tergale dei due dipinti sono ben visibili, benché abbiano perso la funzione di reliquiari. Nella stessa occasione lo studioso ha avanzato l’ipotesi, pienamente condivisibile, che le opere fossero nate come vere e proprie pale d’altare (della Cappella di San Riccardo o dell’altare maggiore della stessa Cattedrale), e che dunque esse fossero state riadattate a reliquiari ed ante dell’armadio soltanto in un secondo momento, di certo precedente la visita ad limina del Resta, che già ne attestava, come si è detto sopra, la trasformazione in tavole porta-reliquie. Da un atto notarile citato nel 1911 dall’erudito locale Michele Agresti risulterebbe che nel 1503 la comunità andriese, afflitta dalla peste, fece voto di rinnovare ed ampliare la Cappella di San Riccardo, se la città fosse stata liberata dall’epidemia. Non vi sono successive testimonianze che attestino l'effettiva ricostruzione della cappella, sul cui arco, nella chiave di volta, campeggia comunque lo stemma dell’Universitas andriese. Ad ogni modo, nel corso del XVI secolo l’arredo del cappellone dovette di certo subire un rinnovamento, se si pensa anche soltanto all’intervento operato nel retro delle due tavole che, come già detto, furono trasformate in dipinti-reliquiari. Potrebbe risalire a questo stesso periodo il rivestimento dorato che ha caratterizzato le due tavole sino al 1965. Da ciò si spiega la definizione di opere dipinte “alla maniera greca” data dagli eruditi otto e novecenteschi alle due tavole, che l'omogeneo fondo oro rese simili ad icone bizantine. | |
Fonti iconografiche | ||
Fonti e documenti | ||
Bibliografia | Agresti 1911: Michele Agresti, Il Capitolo Cattedrale di Andria ed i suoi tempi: dalla origine sino all’anno 1911, Andria 1911, II, 21-24.
Bologna 1955: Ferdinando Bologna, "Il Polittico di San Severino apostolo del Norico", Paragone, 61, 1955, 3-17.
Borsella 1845-1856: Giacinto Borsella, Andria Sacra, ms. 1845-1856, a cura di Raffaele Sgarra, 1918, c. 96.
D’Elia 1954: Michele D’Elia, Mostra dell’arte in Puglia dal tardo antico al Rococò, Bari 1964, 70-71.
D’Elia 1969a: Michele D’Elia, "Aggiunte alla pittura pugliese", in Studi di storia dell’arte: bibliologia ed erudizione in onore di Alfredo Petrucci, Roma-Milano 1969, 26-34 (in partic. 29).
D’Elia 1969b: Michele D’Elia, "Tuccio d’Andria e no", Miscellanea di studi storici per le nozze di Gianni Jacovelli e Vita Castano, Fasano, 9-27.
D’Elia 1994: Michele D’Elia, “La pala di Tuccio d’Andria”, in Un’isola di devozione a Savona, a cura di Giovanna Rotondi Terminiello, Savona 1994, 249-252.
D’Elia 2005: Michele D’Elia, "Ancora su Tuccio e il Maestro di Andria", in AA.VV. La Sacra Spina di Andria e le reliquie della Corona di Spina, Fasano, 2005, 404.
D’Urso 1842: Riccardo d’Urso, Storia della città di Andria dalla sua origine sino al corrente anno 1841, Napoli 1842, 114.
Merra 1906: Emanuele Merra, Monografie andriesi, Bologna 1906.
Piavento 2011: Orso Maria Piavento, "Tuccio d’Andria: ricognizioni e verifiche", Ligures. Rivista di Archeologia, Storia, Arte e Cultura Ligure, 9, 2011, 57-82. | |
Allegati | ||
Link esterni | https://www.academia.edu/4093393/Tuccio_dAndria._Ricognizioni_e_verifiche
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Schedatore | Paola Coniglio | |
Data di compilazione | 20/01/2014 17:34:14 | |
Data ultima revisione | 18/04/2017 19:42:36 | |
Per citare questa scheda | http://db.histantartsi.eu/web/rest/Opera di Arte/426 |